The Kabuki Fight: pugni e pliè

Di recente, mi è capitato per le mani un fumetto particolare, The Kabuki Fight, che potremmo definire Beat ‘em up – rubando il termine ai videogiuochi – un fumetto che ci ha offerto molti spunti interessanti e qualche momento di puro “Wow!”. Scritto, disegnato e letterato da Vincenzo Federici, con colori di Valentina Pinto, è un albo di ottanta pagine.

Ve lo dico subito, appena aperto, sono stato colpito con forza da quell’effetto “Wow!”, sopracitato, perché i disegni di Federici sono davvero, ma davvero, belli. Ma ci torno su dopo. La nostra storia è ambientata in un futuro alternativo, dove il Kabuki è passato dall’essere una danza interpretativa, a uno sport da combattimento duro e puro. In questo mondo, si muovono i nostri tre protagonisti, ognuno proveniente da un luogo diverso, ma con un obbiettivo comune, che li porterà a girare il mondo. Menando le mani, ovviamente.

Dicevamo: i disegni di Federici. Oh mamma!
Le prime pagine sono ipnotiche, ti catturano allo stesso modo di come facevano i fumetti americani anni ‘90. Quelli che erano qualcosa di completamente diversi da tutto quello che ti saresti aspettato. Un tratto magnetico, ma soprattutto estremamente dinamico. Sono palesi le sue influenze americane, giapponesi e al mondo dei videogiochi, ma è anche presente una forte componente autoriale, che vi permette di distinguere un Federici quasi a occhi chiusi.
Un’esperienza cinematografica, fatta di una regia della tavola movimentata quanto i contenuti della stessa, con al suo interno dozzine di personaggi che riescono a sprizzare caratterialità da tutti i pori proprio grazie al loro design intricato, ma d’impatto. Non c’è un singolo uomo o donna disegnato in questo albo che passi inosservato, dandoci per l’impressione di star osservando un mondo reale, vivo e pulsante con del buon vecchio carattere.

I colori della Pinto non solo completano questa opera in modo, beh… perfetto, ma sono professionali e interessanti, corposi e brillanti. Si nota una particolare abilità in alcune scene di lotta, dove lo sfondo cambia da tonalità calde a fredde a seconda dell’intensità della sfida. Una scelta stilistica da leccarsi i baffi, e – per la miseria – da farseli crescere se non li si possiede.

Per quanto riguarda la storia, c’è però una piccola divisione da fare: premessa ed esecuzioneNon tutto fila in modo fluido come la parte grafica. Come scritto in precedenza, palesi sono le influenze videoludiche di Federici. Se avete mai giocato Street Fighter II, noterete con piacere che si potrebbe nascondere uno di questi personaggi all’interno dello schermo di selezione del gioco e nessuno se ne accorgerebbe. Però, come questi ultimi, i protagonisti di The Kabuki Fight sono piatti. Meyo, la lottatrice giapponese si può riassumere con la parola “onore” (e calci); Pietro, il lottatore italiano è “impulsivo”; Rose, la pilota francese, è “ammiccante”.
Questo è un peccato, perché i semini per far di questi personaggi qualcosa di molto interessante ci sono, ma sembra tutto lasciato da parte, per far parlare i cazzotti. Che va più che bene, se la storia fosse basata solo sul Kabuki, e non su un conflitto che vorrebbe essere emotivo, ma risulta invece un po’ prevedibile e, in alcuni casi, anche un pelo fastidioso.
Le nazionalità dei personaggi sono date, come nei fumetti Marvel anni ‘90, da parole della loro lingua o dialetto, inseriti all’interno della pagina in modi a volte un po’ forzati. Sono molto contento che Rose sia Francese e sono il primo che quando si trova a parlare una lingua straniera in situazione complesse inizia a parlare italiano, ma al terzo ma chere buttato lì, ammetto di aver iniziato a sentire la stanchezza.

Questo è un po’ il punto debole di The Kabuki Fight, l’avere una storia tutto sommato solida, senza troppe pretese, ma avere dei personaggi abbozzati che devono metterla in scena. Intendiamoci, è un fumetto interessante, che trae giovamento dall’avere un autore completo ai testi e ai disegni, ma che non riesce a spiccare il volo come dovrebbe.
Quando l’azione sale, non si ferma mai, ti incolla alle pagine, te le fa leggere e rileggere. Quando i personaggi parlano, purtroppo, la struttura rallenta in modo piuttosto improvviso, e questo non giova all’esperienza.

Un mondo dove la lotta è coreografata e dove l’espressione poesia in movimento prende vita. Ma dove, per citare Dante, chi si ferma è perduto.

– Giovanni Campodonico

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